Storia del nuovo cognome [Elena Ferrante]

Autore: Elena Ferrante
Casa editrice: Edizioni e/o
Anno di pubblicazione: 2012
Pagine: 480

storia del nuovo cognome

Storia del nuovo cognome è il seguito de L’amica geniale. Lila e Lenù sono cresciute e molte cose, nelle loro vite, sono cambiate. Le loro strade sembrano dividersi, per poi incrociarsi di tanto in tanto e creare ogni volta un turbamento profondo nella nostra narratrice. Qualunque cosa faccia, Elena non riesce a non paragonarla a quello che fa Lila. Quello che io non capisco è se per Lila sia lo stesso oppure no, perché a volte sembra così presa dalle sue cose che quello che fa Elena sembra non toccarla minimamente; altre, invece, sembra presa costantemente dalla foga di sfidarla e di superarla, come da bambine.

Nel leggere entrambi questi romanzi, ho provato sentimenti contrastanti: ci sono stati giorni in cui mi sono detta “no, non mi prende proprio, finisco questo e non li leggo più, non vado più avanti, passo ad altro”, altri in cui non vedevo l’ora di leggere il capitolo successivo; momenti in cui mi sono sentita vicinissima ad Elena e ho ritrovato in lei insicurezze mie, altri in cui l’ho giudicata opportunista e superficiale. Del resto, come per il primo libro, io non sono riuscita a capire se mi è piaciuto o no.

Prima degli ultimi capitoli ero quasi sicura della mia decisione: avrei stoppato la lettura di questa saga e magari l’avrei ripresa dopo aver visto la seconda stagione della serie in TV (se non sbaglio la stavano girando qualche mese fa). Poi sono arrivata alla fine ed Elena Ferrante è stata brava a farmi ritrovare, con gli ultimi capitoli, ma soprattutto con l’ultima pagina, la curiosità di leggere il prossimo libro. Del resto, è stata altrettanto brava alla fine del precedente volume.

Un giovane alto, lunghi capelli arruffati, una gran barba folta e molto nera, parlò in modo sprezzantemente polemico dell’intervento precedente e, a tratti, anche dell’introduzione del buon uomo che mi sedeva a lato. Disse che vivevamo in un Paese provincialissimo, dove ogni occasione era buona per lagnarsi, ma intanto nessuno si rimboccava le maniche e riorganizzava ogni cosa cercando di farla funzionare. Poi passò a lodare la forza modernizzatrice del mio romanzo. Lo riconobbi soprattutto dalla voce, era Nino Sarratore.

Il libro, comunque, come il precedente, rappresenta, al di là del tema principale che è l’amicizia fra le due ragazze (ormai quasi donne, o forse già donne), uno spaccato fedele della Napoli di quegli anni, della vita in periferia, del profondo divario fra poveri e benestanti, un divario percepito non solo a livello economico, materiale e culturale, ma anche proprio nel modo di pensare e di vivere il quotidiano. Lo percepiamo continuamente perché è Elena per prima a farcelo notare, lei che è costantemente in lotta fra il modo in cui si vede e il modo in cui invece vorrebbe apparire, fra la vita difficile e turbolenta del rione e quella serena e piena di agi delle persone benestanti con cui si trova ad avere a che fare, prima a Napoli e poi soprattutto a Pisa.

Riconobbi in loro, padre e figlia, ciò che non avevo mai avuto e che, ora lo sapevo, mi sarebbe sempre mancato. Cos’era. Non ero in grado di dirlo con precisione: l’addestramento, forse, a sentire intimamente mie le questioni del mondo; la capacità di avvertirle come cruciali e non pura informazione da sfoggiare a un esame, in vista di un buon voto; una forma mentale che non riducesse ogni cosa a una mia battaglia individuale, allo sforzo di affermarmi.

Affermarsi, è questo che desidera Elena: trovare una propria identità, un suo posto nel mondo. E possiamo dire che ci riesce perché si è laureata, ha scritto un libro e le è stato pubblicato; traguardi impensabili per chi viene da dove viene lei. Sono pagine di speranza, eppure lei si sente a disagio e la fanno sentire a disagio quando lascia trasparire il desiderio di insegnare all’università come il suo amico Pietro che, invece, in quell’ambiente è di casa. La lasciamo così, in questo secondo volume: in difficoltà tanto nella società di cui vorrebbe far parte e nella quale non si sente mai abbastanza, tanto a casa sua dove quasi non la capiscono più quando parla, in mezzo ad abitudini che non sono più le sue. Così va alla ricerca del suo punto fermo, il porto nel quale cerca sempre di tornare ma nel quale non riesce più ad attraccare: Lila.

Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Lei naturalmente se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

 

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