Due diverse guerre, due differenti periodi storico-politici, due diari simili, due ragazzine vittime di una medesima esperienza… la persecuzione.

Uno è quello di Annelies Marie Frank, comunemente nota come Anna Frank, nata il 12 giugno 1929 a Francoforte sul Meno, in Germania. Anna viene da una famiglia agiata, il padre è banchiere. Essi, però, hanno un ‘problema’: sono ebrei. E così, dal 1933 la loro vita abbandona la normalità quotidiana e viene sottoposta di volta in volta a prove sempre più dure: l’emigrazione in Olanda dopo l’emanazione delle leggi razziali nel 1933; l’arrivo delle discriminazioni anche ad Amsterdam dopo l’invasione tedesca del 1940; la vita da clandestini nell’alloggio segreto per due anni a partire dall’estate del 1942 a causa dell’inasprimento delle persecuzioni; il blitz e la separazione familiare nei campi di concentramento nel 1944; infine, la morte nel 1945 (unico superstite: il padre).
L’altro diario, meno conosciuto, è il diario di Sadbera Gashi, nata a Pristina il 4 agosto del 1980, anche lei con un ‘problema’ che pesa su di lei, sulla sua famiglia e sui suoi amici e conoscenti come una ‘colpa’: quella di essere albanesi e musulmani in quel periodo e in quel territorio, e quindi di appartenere ad un’etnia e professare una religione non più tollerate in Kosovo durante la guerra svoltasi tra il 1996 ed il 1999. Sadbera, infatti, è una delle tante vittime dell’odio razziale, della segregazione e della persecuzione perpetrate in quegli anni dai serbi più estremisti, fin quando non viene accolta in un campo profughi della Croce Rossa e della Protezione civile italiane in Albania a Kavaje. Lì, addirittura, aiuta i volontari dando una voce a centinaia di altri rifugiati kosovari albanesi che, a differenza sua, non parlano e non capiscono l’italiano. La sua storia, diversamente da quella di Anna, sembra avere un lieto fine, se così possiamo definirlo.
Dunque, questi due diari ci parlano di paesi, periodi e conflitti diversi. Essi hanno però in comune il fatto che a scriverli sono due ragazzine, entrambe costrette a subire il terribile passaggio da un’adolescenza scandita dai piccoli fatti della vita quotidiana all’orrore delle bombe e della fuga. Queste due piccole ma grandi donne continuano a scrivere i loro diari, intrecciando dubbi, paure e incertezze tipiche delle loro età a quelle per la situazione che le circonda e che le fa sentire costantemente sul filo del rasoio.
Siamo tutti in cantina, sono seduta per terra perché non ho un posto dove dormire. I bombardamenti non sono ancora fermi. La luce non c’è. Sto scrivendo con la luce di una candela…[Sadbera]
Tuttavia, queste due ragazze non abbandonano mai la speranza. Una speranza che non può non apparirci vana e nella quale facciamo fatica a credere quando rileggiamo il diario di Anna:
È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità.
Queste sono le parole di una ragazzina che, nonostante ciò che sta vivendo, crede ancora nel bene. Ricordiamoci che queste parole, la speranza di cui sono pregne e la voce da cui provengono sono state spente da un’altra cosa che le esperienze di Sadbera e Anna hanno in comune: la cattiveria umana. Ed oggi, nella giornata della memoria, vorrei che ce ne ricordassimo. E non solo oggi, ma ogni volta che per qualunque motivo (colore della pelle, paese di provenienza, posizione sociale, ecc) ci sentiamo superiori ad altri esseri umani e cerchiamo di giustificare violenze fisiche, verbali o psicologiche nei loro confronti in virtù di questa presunta superiorità.
Come ci ricorda un’altra vittima dell’odio razziale, “Meditate che questo è stato“. Meditate e traete insegnamento da tutte queste esperienze, fatene tesoro e mettetelo in pratica nel vostro piccolo, anche nella vostra quotidianità.