Sembrava uno di quei libri che trovi a buon prezzo al supermercato o in autogrill e che leggi quando hai la febbre (perché sei poco lucido e vuoi qualcosa di frivolo e leggero) o che ti regalano quelli che sanno che ti piace leggere e quindi pensano che, basta che sia fatto di parole e pagine, per te va bene pure l’elenco telefonico come regalo di Natale.
Ma, appunto, ‘sembrava’, perché leggendolo capisci che è molto di più di ciò che ti aspetteresti. Almeno questa è stata la mia impressione.
Dunque, mai giudicare un libro dalla copertina?! In questo caso è così.
Io l’ho letto nel 2012 e oggi mi è venuto in mente perché ne ho ritrovato un pezzo che mi ero appuntata su Facebook.
Prima di aprire questo blog usavo, non di rado, le note o gli stati di Facebook, come una sorta di taccuino per annotare frasi o citazioni dei libri che leggevo. E la cosa, devo dire, oggi non mi dispiace perché è molto più nostra abitudine sfogliare le pagine dei social che quelle dei taccuini, diari e quaderni che abbiamo in casa e così mi capita di tanto in tanto che qualche nota spunti fuori ricordandomi qualche bel libro che ho letto.
Non ricordo precisamente tutta la storia, devo essere sincera. Ricordo, però, di questa ragazza che va via dal suo paese per poter vivere una vita normale. Una ‘normalità’ che il suo paese non concede alle donne.
Mentre ha la possibilità di godersi quelle esperienze che tutte le ragazze occidentali vivono ogni giorno e danno per scontate, non dimentica mai le altre donne del suo paese, quelle che sono rimaste lì e che non potranno mai sentirsi libere, mai padrone della loro vita e nemmeno più banalmente del loro corpo. Lei stessa assapora tutte queste emozioni con la gioia ma anche con l’inquietudine di chi sa che forse sarà costretta a tornare in un paese in cui potrebbe essere punita severamente solo per aver indossato un bikini.
Vi lascio di seguito la frase che ho ritrovato e che mi ha riportato alla memoria questo libro. Una frase che fa riflettere molto e che ci ricorda che, nonostante tutti i problemi che abbiamo e di cui ci lamentiamo, dobbiamo sentirci sempre fortunate perché siamo nate in quella parte del mondo dove non è un problema se indossiamo una minigonna o se ci vedono in un bar a prendere un caffè con un ragazzo.
“Sai perché ho smesso di insegnare in Iran?”
Eva scuote il capo.
Solo a ripensarci mi metto a piangere. “Non ce la facevo più a tenere quelle cerimonie. Ogni volta che dovevo preparare una delle ragazze mi veniva la nausea per giorni e giorni”.
“Che cerimonie?”
“Quando le ragazze compiono nove anni, a scuola si organizza una cerimonia per loro, e io dovevo aiutarle a prepararsi. Dovevo mettere addosso a quelle ragazzine un hijab bianco, che le copriva da capo a piedi.”
Eva beve la sua birra. “A nove anni non c’è niente da coprire!”.
“Dovevo dir loro di ascoltare con attenzione le parole dei religiosi che avrebbero tenuto la cerimonia, che avrebbero spiegato loro che da quel giorno in poi non potevano più correre in giro liberamente. Non potevano ridere a voce alta. Non potevano più giocare con i maschi, a meno che non fossero i loro fratelli. Dovevano coprirsi ogni volta che uscivano in pubblico, e ogni volta che ci fossero degli uomini in giro”.
La mia voce si riduce a un sussurro. “Lo detestavo. Ogni volta che le avvolgevo in quegli hijab bianchi mi sembrava di spegnere tutto quello che avevano di speciale, tutti i loro sogni e le loro speranze”.
“Forse stavi solo dicendo loro di nascondere quei sogni in un posto sicuro, in attesa del giorno in cui avrebbero potuto vivere la vita che volevano”.
Restituisco a Eva il suo bikini rosa. Non c’è modo che io possa metterlo.
“Quel giorno non verrà mai” le dico amaramente. “Non per loro, è neppure per me”.