Ho letto questo libro già da un po’ di tempo, non so di preciso quanto, forse un paio di mesi, ma non ne ho la certezza perché gli ultimi tempi sono stati così pieni che ho trascurato molte cose e fra queste anche la lettura. Giornate piene e poco tempo per leggere e rilassarmi. Ora che sono più libera, ho ripreso in mano i libri che avevo sulla scrivania (questo e un altro che pure ho letto nell’ultimo periodo), per scrivere le mie impressioni al riguardo. E poi ho iniziato un altro libro che ho preso in prestito in biblioteca. Ma come al solito, sto divagando. Andiamo al punto…
Di solito, scrivo di getto le mie impressioni, durante la lettura di un libro o subito dopo averlo finito. In pratica, chiudo l’ultima pagina e ho voglia di scrivere quattro righe su un taccuino e invece mi ritrovo, dopo qualche minuto, ad aver scritto pagine e pagine. Questa volta non è successo e non credo che sia solo per il fatto che sono stata molto impegnata; forse, semplicemente, questo libro non mi ha lasciato molto.
Perché? Di preciso non lo so nemmeno io. Troppo poco intimistico per me? Con una storia un po’ scontata? O troppo realistico? Non riesco bene a definirlo, mi risulta difficile. La prima impressione che ho avuto è che mi sembrava di leggere Verga. C’è quell’atmosfera familiare, paesana, semplice e, a tratti, triste che mi ricorda le vicende dei Malavoglia. Anche qui abbiamo una famiglia di paese che si scontra con la problematica della povertà, una povertà che però non viene accettata dalle dame Pintor, le tre sorelle protagoniste dell’opera insieme al nipote Giacinto e al servo Efix.
A proposito di questi ultimi due: sembrano inizialmente dei piccoli eroi quotidiani, soprattutto il servo, ma durante la narrazione si svelano invece gli altarini e confessano i loro peccati. Efix è colpevole di un omicidio, Giacinto ha le mani bucate ed è talmente attratto dalla vita agiata che non riesce a tenersi un soldo in tasca, deludendo così tutti quelli che gli stanno intorno.
Ad un certo punto, il libro sembra avviarsi verso un tragico finale: Efix va via per scontare le sue pene e sembra deciso a non tornare mai più e Giacinto scappa dalla casa delle zie che, per colpa sua, sono indebitate fino al collo con l’usuraia del paese. In realtà, riguardo alla fuga di Giacinto, la storia è ambigua: sembra esserci uno strano sentimento fra il ragazzo e sua zia Noemi, la più giovane delle tre. È come se l’autrice volesse farci intendere che si sono innamorati, ma ce lo accenna soltanto, attraverso alcune frasi di entrambi rivolte ad Efix, in una sorta di detto-non detto. Ma nulla ci viene mai svelato in maniera esplicita e alla fine i due fanno la cosa migliore per entrambi, o forse per tutti, cioè Noemi sposa il cugino ricco risollevando le sorti economiche della famiglia e Giacinto compie il suo dovere sposando la fanciulla vicina di casa alla quale aveva chiesto la mano in precedenza.
Questo è il finale perfetto per Efix, che dopo aver lavorato tanti anni per la famiglia, non desidera altro che vedere tutti felici, sereni e la casa riprendere il suo antico splendore. Dopo poco, infatti, il servo muore. Sembra un lieto fine perché tutto si conclude come lui sperava e come lo spera anche un po’ il lettore leggendo il libro…si, perché, a un certo punto, è come se ci si immedesimasse in quella mentalità, iniziando a sperare insieme ad Efix che le cose vadano per il meglio. Dal mio punto di vista, Efix è il personaggio che più ti coinvolge. In quasi ogni libro ci si immedesima in qualcuno ed in questo mi sono immedesimata in lui, perché come lui e con lui speravo che le cose andassero per il meglio e il meglio sembrava essere il modo in cui poi alla fine si sono concluse.
Ma è davvero un happy ending? Probabilmente no. Dipende dai punti di vista: se la felicità è data dalla serenità economica e sociale, allora lo è; se dipende dall’amore, allora forse no, perché Noemi non ama il cugino e forse nemmeno Giacinto ama Grixenda. Ma non sappiamo nemmeno di preciso se Noemi ama Giacinto o viceversa, questo resta poco chiaro. Un po’ come in quegli ‘inciuci’ di paese, dove ci sono quelle allusioni fra le righe riguardo a questo o a quell’altro che non sai mai se sono vere o sono frutto della fantasia popolare o del solito passaparola che trasforma sempre, almeno un minimo, la verità alla base.
Insomma, questo libro mi è piaciuto?! NI! Non è un si ma neppure un no. Mi ha fatto piacere leggere qualcosa di questa scrittrice, perché finora non ne avevo mai avuto occasione, però se devo dire che è una storia che mi è rimasta nel cuore, questo no. Non so, forse non è il mio genere. Probabilmente perché quando leggo mi piace evadere dalla realtà e questa storia mi ha fatta sentire troppo attaccata ad una mentalità bigotta e restrittiva che non condivido perché opprime e rende infelici quelli che la vivono e sono costretti a subirla (allora come oggi); ma che, allo stesso tempo, ti convince che le cose, per andare bene, devono andare per forza come il buoncostume richiede. È un meccanismo un po’ subdolo quello dei cosiddetti benpensanti o conformisti: mentre cerchi di respingere il loro modo di pensare, ti plasmano, ti fanno il lavaggio del cervello ed alla fine ti ritrovi, inconsciamente, a parlare e a pensare un po’ come loro, anche se non lo vorresti e ti limiti per paura di essere giudicato, anche se non lo vorresti.