L’altro giorno ho avuto l’occasione di rileggere questa poesia. Non la leggevo da anni e quando me la sono trovata davanti su un libro, mi sono sentita come quando all’improvviso ti riaffiora alla mente un bel ricordo senza che tu l’abbia richiamato. Una bella sensazione.
Non so dire di preciso cosa mi faccia così tanto impazzire di questa poesia; è bella si, ma per me ha un fascino particolare. Credo sia per le allitterazioni o per le parole che sono usate per descrivere il tuono. Io mi innamoro spesso di frasi o di parole solo perché mi piace il loro suono o perché le trovo particolarmente armoniose combinate insieme. Io amo le parole. Sembra folle, lo so.
Non sono certo un’amante di tuoni, lampi e temporali ma questa poesia riesce a rendere ammaliante e coinvolgente alle mie orecchie anche questo fenomeno atmosferico e lo lega poi a un’immagine così dolce e così soave, quella di una madre che rassicura un bambino nella culla con la sua sola presenza e la sua voce, che non può non piacermi. Perché queste piccole cose della quotidianità a cui spesso non diamo importanza, per me sono quelle di cui più abbiamo bisogno in assoluto e sono le prime a mancarci quando una persona non c’è più.
E nella notte nera come il nulla,
a un tratto, col fragor d’arduo dirupo
che frana, il tuono rimbombò di schianto:
rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,
e tacque, e poi rimareggiò rinfranto,
e poi vanì. Soave allora un canto
s’udì di madre, e il moto di una culla.
Questa poesia la porto qui, nel mio ‘diario virtuale’, perché non voglio più perderla e ritrovarla dopo anni, voglio tenerla sempre con me ogni giorno.