La solitudine dei numeri primi [Paolo Giordano]

«I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell’intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie. 

In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l’11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. […] Mattia pensava che lui e Alice erano così, due primi gemelli, soli e perduti, vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero. A lei non l’aveva mai detto. Quando immaginava di confessarle queste cose, il sottile strato di sudore sulle sue mani evaporava del tutto e per dieci minuti buoni non era più in grado di toccare nessun oggetto».

14625754_10209120920012635_202290841_oAdolescenza, anoressia, rapporto genitori-figli, autolesionismo, omosessualità, morte…sono questi i temi principalmente affrontati nel libro. Temi delicatissimi.

Quella fra Mattia e Alice sembra la classica storia d’amore adolescenziale da film che, però, invece di evolversi in un lieto epilogo, finisce per scontrarsi con la realtà e le sue urgenze. Come un Dawson e una Joey, ma molto più tormentati.

Alice, a un certo punto, sembra uscire dal baratro e unirsi al gruppo delle persone ‘normali’; Mattia non ci riuscirà mai. Forse perché non vuole? Non lo so, non l’ho ben capito. Credo che lo voglia, ma non ci riesce perché pensa di non meritarlo, di non esserne in grado e, probabilmente, non lo è davvero.

«Mattia pensò che non c’era niente di bello nell’avere la sua testa. Che l’avrebbe volentieri svitata e sostituita con un’altra, o anche con una scatola di biscotti, purché vuota e leggera. Aprì la bocca per rispondere a suo padre che sentirsi speciali è la peggiore delle gabbie che uno possa costruirsi, ma poi non disse nulla».

Mattia pensa di essere troppo ‘macchiato’ per entrare in un mondo che a lui sembra così semplice e pulito. Considera Alice la sua salvezza e lei ci prova davvero a salvarlo, sperando di salvare così anche se stessa. Non ci riesce e si arrende a Fabio, così bello, sereno e normale.

In realtà, però, non smette mai di pensare a Mattia, il quale non ce la fa a lasciarsi salvare, nemmeno quando ormai è maturo, ha compreso di non riuscire ad amare nulla e nessuno quanto lei e sa di desiderarla con tutte le sue forze. Bastano le iniziali di Fabio su un asciugamano a scoraggiarlo e a fargli perdere l’ennesima chance offertagli da Alice, l’ultima.

Le vite di Mattia e Alice, descritte prima separatamente, poi insieme, poi di nuovo separatamente, sembrano sempre confluire l’una nell’altra senza mai intrecciarsi davvero. Sembrano continuamente ruotare intorno al momento in cui si ritroveranno e ogni evento sembra dirigersi lì; il lettore viene convinto di ciò e si lascia così coinvolgere emotivamente, per poi restare deluso, o forse no.

Perché se quella ragazza che, in ospedale, ad Alice sembra così familiare, così identica a Mattia, fosse stata davvero Michela, tutta la storia non sarebbe più stata realistica. Nella realtà, questi miracoli non avvengono quasi mai, il lieto fine non c’è quasi mai, forse MAI. C’è solo un mucchio di gente, ognuno coi suoi pensieri, le sue ossessioni, i suoi problemi e l’autore lo sa, come lo sa anche il lettore.

Mattia non sarà mai libero dal suo senso di colpa, che ormai gli si è cucito addosso e lo segue ovunque, come un’ombra. E Alice non sarà mai libera da quel peso delle conseguenze che «era sempre lì, come uno sconosciuto che le dormiva addosso». Lei sembra farcela, a volte, ma il suo corpo dimostra a tutti che non è così. Alla fine sa rialzarsi da sola, ma quanto durerà?

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